Come mai le atlete muscolose di alcuni sport sono definite “uomini in gonnella”?

Come mai le atlete muscolose di alcuni sport sono definite “uomini in gonnella”?

Un titolo facile per dire: lo sport ha standard di bellezza dismorfici per le donne? E di chi è la colpa, delle donne che scelgono di essere come sono o di chi le guarda giudicando?

Come mai le atlete di alcuni sport sono definite “uomini in gonnella”, brutte, con corpi indesiderabili e inaccettabili, sopra le righe della “società fittizia e perbenista” e al di fuori dei canoni di “signorina di buona famiglia” o “velina”?

In generale, si pensa che valga quello che c’è dentro una persona più di come appare fuori. Nello sport, non solo femminile, si pensa che valga vincere e superare i propri limiti, non come si appare fuori. Se questo è accettato per powerlifter, lottatori di sumo e (all’estremo opposto) fantini, perché deve cadere in difetto per le atlete donne?

[Tweet ““Sono felicissima del mio tipo di corpo … è quello che si addice a me” Serena Williams.”]

E così continua il torchio oppressivo della (peggiore) società per cui la donna deve essere un grissino e “femminile”. Alcune sportive nella vita quotidiana si muovono in incognito non con gli occhiali scuri, ma con le maniche lunghe e abiti larghi che non facciano intuire come sono fatte sotto. Probabilmente non noi bodybuilder, abituate a metterci in mostra perché prese dalla soddisfazione di faticare per scolpire il corpo, ma in altre discipline sì.

In questi giorni (14 luglio 2015) è successo nei confronti della tennista professionista numero uno al mondo (al momento definita anche “numero uno di tutti i tempi) Serena Williams. Linciata su Twitter per i suoi muscoli (con rincaro per il colore della sua pelle). Ma i commenti di Twitter sono soltanto la punta dell’iceberg, perché già le sue colleghe tenniste da tempo si lasciano intervistare commentando il corpo di Serena, confrontandolo con il proprio e sostenendo che loro “sono femminili” e non ci tengono ad allenarsi con i pesi o comunque ad “ingrossare”. Nel bodybuilding ormai un disco rotto, vero?

Siamo sempre additate, in modo verbalmente esplicito oppure silenzioso nei pensieri, come l’epitome di qualcosa di scandaloso, di ciò che non si vuole e può essere. Il fatto che esistano donne muscolose dimostra invece che si può esserlo (e, soprattutto, volerlo essere). Capisco che il fenomeno è nuovo e insolito, perché nell’Antichità i corpi femminili (almeno quelli ritratti dalle opere d’arte che hanno sopravvissuto il passare del tempo) non sono mai stati muscolosi, ma ci sono un milione di altre cose che nell’Antichità non esistevano e che abbiamo accettato nella nostra vita moderna o per le quali, anzi, abbiamo studiato modi per renderle sempre migliori: vestiti differenti, interventi chirurgici per migliorare l’aspetto estetico oppure protesi per ovviare a corpi mutilati (e quindi migliorarli, in un certo senso).

Il problema sta proprio qui: la donna atleta con una fisicità potente non è avvertita dai molti come migliore. “Migliore” è solo, per i detrattori, ciò che rientra nel pensiero della maggioranza (che di solito, aggiungo io, non pensa neanche ma si schiaccia massificata su questa o quella idea perché pensare con la propria testa e avere idee nuove, li spaventa).

Mi spiace, la giustificazione non regge e ci troviamo soltanto di fronte ad un pot-pourri di sessismo, misoginia, grettezza mentale e, nel caso di Serena Williams, anche razzismo. Tutto avvolto da una grande maleducazione. Perché io non mi permetterei mai di dire ad un panzuto che lo è o ad una donna obesa che è una balena.

A chi apre la bocca, o schiaccia i tasti della tastiera, per avanzare queste accuse, direi che comunque noi indossiamo il nostro tipo di corpo con orgoglio e buona pace, mentre non so quante donne-grissimo o donne-balena possono dirlo.

 

“Ho capito che devi proprio imparare ad accettare chi sei e ad amarti per quello che sei veramente. Sono felicissima del mio tipo di corpo e ne vado molto fiera. È evidente che è quello che si addice a me”.

– Serena Williams

 

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