LA istruttrice di bodybuilding

LA istruttrice di bodybuilding

1) Può raccontarci la sua esperienza nel mondo del body building e dell’insegnamento di questa disciplina?

 

Mi alleno dal 1987, ho gareggiato come bodybuilder nella IFBB dal 1992 al 2005. Ho gestito una mia palestra dal 1993 al 1995. Dal 1996 ad oggi lavoro come traduttrice e redattrice specializzata in fitness e bodybuilding (Olympian’s, Body’s Magazine, BIG, Better Bodies, Cultura Fisica, ecc.). Sono istruttrice di aerobica e di bodybuilding FIF, personal trainer ISSA, Master Trainer Coni-CSEN. Sono giudice nazionale e internazionale di bodybuilding IFBB. Dal 2006 insegno “Tecnica di Bodybuilding” ai corsi per istruttori Coni-CSEN. Ho fondato e sono presidente di un’associazione culturale e sportiva dedicata al lottatore e bodybuilder Ray Stern (il primo a creare palestre miste negli USA) con lo scopo di aiutare le persone a migliorarsi per mezzo del fitness e del bodybuilding.

 

2) E’ difficile, per una donna, diventare istruttrice di sala pesi?

 

No, perché mai? Nel 2007 il presidente ISSA Italia Borrelli, guardando al pubblico del Festival del Fitness, esclamò: “Rossella, vedi qui: il fitness è donna!”. Penso che si possa affermare davvero che il fitness è tanto donna quanto uomo, a tutti i livelli (dai praticanti agli istruttori), come pure, oramai, lo sport in generale.

Dal 2006 sono docente ai corsi per istruttori di bodybuilding e personal trainer del CONI-Csen. Le donne, rappresentando forse una percentuale minore, sono sempre le più brave. Questo per quanto riguarda la parte dello studio e dell’esame, nella pratica lavorativa in sala pesi non mi sento di potere affermare altrettanto perché entrano in gioco molte e diverse variabili. Il discorso in quel caso dipende dal soggetto.

 

3) Ci sono dei pregiudizi nei confronti della donna-istruttrice? Se sì, perché secondo lei?

 

In inglese esiste il termine gergale “musclehead” cioè “testa di muscolo”. La maggioranza delle persone osservando dal di fuori il bodybuilding e il fitness pensa che il collegamento tra testa e muscolo sia improbabile, eppure possiamo tranquillamente smitizzare il fatto che per fare palestra non occorra cervello. Le donne, soprattutto se carine, sono spesso considerate “stupide”. Un altro pregiudizio. L’istruttrice di bodybuilding può quindi essere bersaglio dell’accoppiata di questi due pregiudizi ma, al tempo stesso, dimostrare che sono campati in aria. Ad un certo punto della mia carriera di redattrice e scrittrice di bodybuilding mi fu chiesto di usare uno pseudonimo maschile. “Ad un uomo dà fastidio che sia una donna a spiegargli come deve allenarsi o quali integratori prendere”. La cosa non mi offese né scandalizzò. Penso che contenga un pizzico di verità (e forse anche di più). Ho notato però che sapendosi porre è possibile vincere la ritrosia iniziale dell’interlocutore (socio o cliente) maschile. È tutta una questione di rapporti interpersonali e di gentilezza. Mai fare le presuntuose e spargere “terrorismo culturale” (una cosa che ho sempre combattuto fin dagli anni dell’Università). Mi spiego: mai trattare l’allievo o il cliente facendolo sentire incapace o fuori forma. È possibile essere obiettivi senza offendere, correggere senza mortificare, insegnare senza “salire letteralmente in cattedra”. Una massima che permetterà ad un’istruttrice di farsi apprezzare da soci e clienti maschi (oltre che femmine) e fare loro seppellire gli eventuali (obsoleti) pregiudizi.

Per la mia esperienza personale, mi è capitato di allenare uomini come personal trainer perfino durante la mia gravidanza e non mi sembravano imbarazzati neanche dal pancione! Quindi ritengo che ormai quelli siano soltanto stereotipi e se in qualcuno sopravvivono, possono essere spazzati via dalla conoscenza e dall’apprezzamento della professionalità dell’istruttrice.

È vero che spesso le donne preferiscono l’istruttrice donna convinte che le capisca di più e che lei sia passata dagli stessi problemi e abbia trovato in quel modo le soluzioni. È una cosa che mi dicono spesso le allieve. Sì, vero, ma la verità è che la mia formazione è dovuta soprattutto ad allenatori maschi! Non è detto che una istruttrice donna sia più specializzata nei problemi tipicamente femminili. Ancora una volta, dipende dalla formazione e dalla sensibilità dell’istruttrice (ma il discorso vale anche per l’istruttore uomo).

 

4) La carriera della donna istruttrice incontra maggiori ostacoli in Italia rispetto a ciò che avviene nel mercato americano?

 

Non mi risulta. Penso che siano poche le donne attirate dalla sala pesi e molte di più quelle delle classi di aerobica, forse per certi condizionamenti della società (la donna deve essere “leggera”, “leggiadra”, “aggraziata”) e fraintendimenti sulla vera essenza della cultura fisica (la quale non può che rendere più bella una donna!). In questo probabilmente Italia e USA si somigliano. Anzi, ne sono sicura. A ben vedere, altrimenti, perché un’azienda (americana) come la NIKE avrebbe promosso un premio per le donne nello sport e esisterebbe più di una fondazione (tanto in Europa quanto in USA) per promuovere l’eguaglianza di genere nello sport (WomenWin.org e Women’s Sports Foundation)? Negli ultimi decenni le donne si sono fatte strada, anche se probabilmente molte cariche rimangono appannaggio soprattutto degli uomini ed esistono forme subdole di discriminazione.

La richiesta di formazione, diretta ma anche online, è ormai altissima in Italia e in USA. Molte sono le donne. Lo sbocco naturale, quello di prestare la propria collaborazione in seno ad una palestra commerciale o ad un’associazione sportiva, è soltanto uno dei modi di impiegare questi studi. Abbiamo tutti bisogno di essere informati ed istruiti su settori che cambiano e progrediscono a velocità vertiginosa. Per questo si può studiare ed iscriversi ad un corso di formazione anche solo per “curiosità intellettuale” e per un arricchimento personale che investirà mente e corpo. Una donna può certificarsi istruttrice o PT anche solo per curiosità intellettuale, per completare una formazione di diversa ascendenza (penso ad una dietista o ad una psicologa dello sport che voglia comprendere certe dinamiche), per allenare se stessa con maggiore competenza senza che questo significhi che non ha intrapreso la carriera di istruttrice in quanto ostacolata da qualcosa.

Volete un esempio celebre di personal trainer/istruttrice donna che segue un uomo? Nicolas Sarkozy, presidente francese, allenato da Julie Imperiali, donna.

 

5) Quali consigli darebbe a una ragazza che voglia intraprendere questo percorso professionale?

 

1) È importante studiare per allenarsi e per allenare gli altri. Sebbene muoversi sia qualcosa di naturale e, molte volte, facile, muoversi per avere determinati risultati estetici e di salute è una scienza. Ma è anche un piacere e una passione. Questi i requisiti occorrenti per studiare e per mettere a buon frutto quanto studiato.

Studiare cosa? Tutto. Io cerco di prendere brevetti da più enti perché ogni corso ti arricchisce e ti dà uno spunto d’approfondimento, oppure ti offre un improvviso capovolgimento della tua solita visuale arricchendo anche in quel modo il tuo bagaglio formativo. Guarda, per assurdo io dico ai miei allievi che si impara anche da un corso fatto male o da un corso “facile”: ci permette di misurare quanto sappiamo di più, non solo quanto sappiamo di meno (come normalmente avviene), rinforzandoci caratterialmente e ripassando, cosa che non fa mai male. Non si può sapere tutto, quindi essere sincere in questo: ammettere i propri limiti, correre ad informarsi o rimandare alla figura professionale competente. Mai rivestire ruoli che la personal trainer o l’istruttrice non può avere (per legge): mai improvvisarsi, per esempio, dietologhe o psicologhe.

 

2) Mai forzare i propri allievi nelle cose (discipline, metodi, esercizi) che piacciono a noi personalmente o che hanno funzionato per noi. Ogni individuo è unico e deve avere il proprio personale programma, ritagliato sui suoi gusti e sulle sue problematiche.

 

3) Dimostrare che si ama questo stile di vita. Non dico avere un fisico da agonista o da velina, ma almeno una composizione corporea decente, oltre ad un aspetto pulito e curato, soprattutto, mai volgari. Questo fa parte della professionalità.

 

4) Infine, essere oneste, sincere, amichevoli, direi ancora una volta professionali. I clienti ci lasciano mettere mano ad un progetto molto personale e delicato: il benessere personale e la propria forma fisica. Non tradiamoli mai e, soprattutto, non danneggiamoli mai insegnando loro esecuzioni scorrette e programmazioni sbagliate.

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