Tutto continua a parlarmi del cambio di paradigma, come se non avessi scelta se non illustrarlo al mondo.
Ascolto un video su YouTube e qualcuno commenta:
“Il subconscio giudica.”
No.
Il subconscio non giudica.
Il subconscio è immorale nel senso più puro del termine:
non valuta, non discute, non decide se qualcosa è giusto o sbagliato.
È un terreno fertile.
Prende il seme che gli dai
— un pensiero, un’emozione ripetuta, una decisione interiore —
e lo fa crescere.
Ma ogni terreno coltivato ha una caratteristica precisa:
se è già occupato, resiste al nuovo.
Non perché sia cattivo.
Non perché giudichi.
Ma perché ha già una forma.
Quella forma sono i paradigmi.
Quello è ciò che chiami “giudizio del subconscio”.
In realtà il subconscio filtra secondo ciò che ha imparato.
Secondo ciò che tu gli hai insegnato.
O che altri gli hanno insegnato al posto tuo.
Il subconscio non dice: “Questo no.”
Dice: “Questo non passa.”
Ed è per questo che conoscere te stesso non è un lusso filosofico.
È una necessità vitale.
Conoscere te stesso significa:
- vedere i tuoi limiti interiori
- riconoscere i paradigmi che operano in automatico
- portare alla luce i samskara, le tracce lasciate da esperienze non digerite
Perché niente al mondo è più forte delle tue decisioni interne.
Il punto è che:
- le hai prese senza saperlo
- o le hai prese così presto da non ricordarle più
E ora vivi dentro decisioni che non senti più come tue.
La vera difficoltà non è cambiare.
È la paura di cambiare.
Perché pensi che cambiarti significhi perdere qualcosa.
Perché pensi che sia pericoloso.
Perché confondi l’identità con l’abitudine.
Ma cambiarti non è distruggerti.
È ripulirti.
È togliere ciò che non sei
per tornare a ciò che sei sempre stato
prima che qualcun altro decidesse al posto tuo.
Il cambio di paradigma non è diventare un’altra persona.
È smettere di difendere una forma che non ti appartiene più.
E quando lo capisci, non puoi più far finta di niente.
